martedì 30 settembre 2014

Protocollo Farfalla. La trattativa continua

carcere-protocollo-farfalla-eff-G.C.-Era il marzo scorso quando la Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, negò l'esistenza del Protocollo Farfalla.
Per lei, quell'accordo tra Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e servizi segreti, semplicemente non esisteva: inutili, in questo senso, le certezze che invece ostentava il suo vice, Claudio Fava. Inutili anche le rivelazioni -datate 2011- dell'ex dirigente del Dap Sebastiano Ardita, il quale, testimoniando al processo contro Mori e Obinu, raccontò di essere a conoscenza di un protocollo con quel nome, ma di non essere mai riuscito a prenderne visione in quanto coperto dal segreto di Stato.
Il tempo è trascorso e il segreto di Stato, lo scorso luglio, è stato abolito: in questo modo si è palesato agli occhi di tutti un crogiuolo di intrecci di potere, una misteriosa e oscura miscela di interessi amalgamati, sempre a scapito della giustizia e del diritto.
Ben lo sanno, ora, i pm di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia e il trascorso dell'imputato Mario Mori: il protocollo esisteva eccome e, a dimostrazione, un appunto datato maggio 2004. Ai tempi, il direttore del Sisde era proprio l'ex ufficiale del Ros, mentre il capo del Dap era Giovanni Tamburino, che, a fronte delle accuse di Fava, ha sempre sostenuto di essere ignaro di tutto, sebbene sia a conoscenza di almeno quattordici casi in cui la polizia penitenziaria ha trasmesso informazioni riservate al Sisde. “Non ne so niente”, aveva comunque confermato, smentendo così l'esistenza del protocollo.
Il quale ora si rivela, grazie alle sei pagine scovate dai pm. Su esse, nessuna firma né intestazione, come ricorda Pipitone sul Fatto Quotidiano: solo la dicitura “riservato”. In esso di dettavano le linee guida da seguire nell'ambito di quella “attività di intelligence convenzionalmente denominata Farfalla”. In cosa consista è tanto semplice quanto inquientante: qualsiasi informazione utile, proveniente da un boss mafioso detenuto al 41bis, sarebbe stata consegnata direttamente al Sisde, e non ai magistrati, non all'autorità giudiziaria. Non per niente, negli atti si fa un esplicito e chiaro riferimento alla “esclusività e riservatezza”. Inoltre, gli agenti segreti avrebbero potuto muoversi liberamente all'interno delle carceri, avvicinare I detenuti, senza lasciare traccia del loro passaggio.
Ma non solo: assieme al documento, i pm di Palermo hanno scovato anche due appunti. Uno è nient'altro che una lista di circa dieci mafiosi che si sarebbero detti “disponibili” a “fornire informazioni” in cambio di “un idoneo compenso da definire”. In parole semplici: pagati dallo Stato per collaborare con i servizi senza passare attraverso la magistratura. Tra coloro che accettarono la proposta, Fifetto Cannella, Vincenzo Boccafusa, Salvatore Rinella, Giuseppe Maria di Giacomo, i camorristi Antonio Angelino, Massimo Cliemente e lo 'ndranghetista Angelo Antonio Pelle.
Era, come si è detto, il maggio del 2004, ma non è impossibile supporre che l'accordo, sebbene non ancora messo per iscritto, risalga addirittura agli inizi del 2003. Così lasciano infatti supporre altri appunti, che spostano la data dell'inaugurazione del protocollo. Sicuramente lo stesso era ancora in vigore tra il 2005 e il 2006, negli stessi anni in cui Salvatore Leopardi, ex funzionario del Dap, eGiacinto Siciliano, ex direttore del carcere di Sulmona, si sarebbero accordati -il condizionale è d'obbligo- per quanto riguardava le informazioni provenienti dal camorrista Antonio Cutolo. Egli, detenuto presso il penitenziario abruzzese, aveva deciso di collaborare con la giustizia, ma Siciliano avrebbe evitato di avvisare la magistratura veicolando tutte le rivelazioni di Cutolo a Leopardi. Che, a sua volta, avrebbe preferito informare solo il colonnello Pasquale Angelosanto, del Sisde. I due sono stati accusati di falso e omissione d'atti d'ufficio, la stessa accusa che i pm di Palermo ipotizzano ora, dopo l'apertura di un nuovo fascicolo a carico di ignoti, per quanto concerne le dichiarazioni del pentito Flamia: fu lui ad aver raccontato agli inquirenti, infatti, di aver ricevuto in carcere le visite di agenti dei servizi segreti, appena dopo aver palesato l'intenzione di collaborare con la giustizia. Incontri avvenuti, ovviamente, a insaputa dell'autorità giudiziaria.
E' rilevante notare come Siciliano oggi sia direttore del carcere di Opera, laddove si trovava fino a qualche mese fa il boss di Cosa Nostra Totò Riina. Proprio tra quelle mura, il Capo dei Capi è stato intercettato dalla Dia di Palermo mentre discorreva con il suo compagno di socialità, il boss pugliese Alberto Lorusso, sul cui ruolo si sono sempre affacciati svariati dubbi. E' tutt'altro che chiaro, d'altra parte, come abbia fatto un mafioso rinchiuso al 41bis a veicolare abilmente i discorsi di Riina, portandoli sempre su fatti di cronaca giudiziaria, rivelando, tra l'altro, la propria, anomala,conoscenza di informazioni in possesso esclusivo dei pm palermitani.Caratteristiche che hanno convinto i più della sua vicinanza con ambienti d'intelligence, ma su cui al momento non vi è alcuna sicurezza.
Certo è che, come ricorda Pettinari su Antimafia Duemila, lo stesso Riina era, nel giugno del 2003, monitorato dal Sisde: lo svela un appunto tra quelli acquisiti dalla Procura Palermitana. Secondo quanto emerge, i boss – tra cui anche Leoluca Bagarella- venivano “studiati” per comprendere se fossero disponibili o meno a collaborare con i servizi. Tra i comportamenti passati al vaglio dagli uomini dell'Intelligence, anche le relazioni intrattenute durante le ore d'aria.
L'ombra della farfalla, però, si staglia anche sull'erede di Riina, Bernardo Provenzano, oggi dichiarato incapace di intendere e di volere. Non in pochi hanno sospettato che questa non sia stata una normale degenerazione del suo stato psico-fisico, quanto una condizione “impostagli”. Invitabilmente tornano alla mente i tentativi di suicidio e le denunce secondo cui l'ex boss di Cosa Nostra sarebbe stato sovente picchiato e drogato. Così denunciava anche la Presidente della Commissione Antimafia Europea, Sonia Alfano: “Andrebbero chiariti una serie di punti anche partendo dal 'protocollo farfalla' (un accordo tra il Dap e il Sisde per la gestione dei principali detenuti in regime di massima sicurezza, senza che rimanga alcuna traccia nei registri carcerari) per accertare che Bernardo Provenzano è stato picchiato e drogato”, aveva infatti tuonato nel maggio del 2013. “Se riuscissimo a stabilire da chi è arrivato quest'ordine forse avremmo anche tante risposte in merito a chi dovevano rispondere Mori e Obinu". In un'altra occasione, la stessa aveva spiegato di aver avuto un incontro con Provenzano in carcere e che “nella stanza erano presenti due guardie carcerarie, che per tutto il tempo fissarono il boss negli occhi quasi a volerlo intimidire, come se volessero in qualche modo evitare che parlasse”.
Nel 2007, vennero emanate nuove norme in grado di regolamentare i rapporti tra servizi segreti e Dap. Questo implicherebbe che il Protocollo Farfalla abbia cessato in quel momento di esistere. I fatti dimostrerebbero il contrario: spetterà, ora, ai pm di Palermo scoprire la verità in merito.

http://www.articolotre.com/2014/09/protocollo-farfalla-la-trattativa-continua/

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